Il segreto del cambiamento è nel focalizzare tutta la tua energia, NON nel combattere il vecchio, ma nel costruire il nuovo.
giovedì 26 maggio 2011
5 a 2 ovvero cinque nuovi posti per 2 cancellati. Questo è Internet
Ricette anti-spreco. Come evitare, senza ipocrisia e retorica, di sprecare cibo ancora buono

mercoledì 25 maggio 2011
Le aziende (e i loro marchi) sui social media: una "love story" appena iniziata
«Fisicamente c'è ancora distanza, ma c'è grande consapevolezza delle potenzialità del mezzo e grande apertura al suo utilizzo». In modo sintetico, lo stato di relazione fra i social media e le aziende è così che lo vede Luca Belloni, amministratore delegato di Millward Brown in Italia. L'occasione per parlare di quanto Facebook e simili (diari digitali e blog compresi) possono influenzare la percezione di un marchio dei consumatori che frequentano attivamente i nuovi strumenti di comunicazione digitali è arrivata in occasione della presentazione, avvenuta stasera a Milano, di un'indagine qualitativa che la società che misura periodicamente i marchi più popolari del pianeta ha realizzato in collaborazione con Firefly in 15 paesi (Italia compresa) nei cinque continenti.
Lo scopo dello studio, intitolato non a caso «The Language of Love in Social Media», era quello di individuare le dinamiche che descrivono come gli utenti del Web 2.0 vivono la presenza dei brand nei social media e come gli stessi brand si dimostrano più o meno sensibili nel recepire i dettami del nuovo universo di relazione per milioni e milioni di individui. Qual è dunque lo stato di salute del rapporto fra consumatori e aziende? Si può parlare realisticamente di fidanzamento consolidato o siamo ancora nella fase iniziale del corteggiamento? A queste domande, Belloni ha risposto al Sole24ore.com parlando innanzitutto di un «rapporto che si potrebbe definire ancora di attesa e di prudenza. E non solo in Italia ma anche nei Paesi tradizionalmente più ricettivi per le nuove tecnologie online, come Regno Unito e Stati Uniti».
Le aziende, in poche parole, stanno iniziando solo ora a considerare seriamente il fenomeno e l'attendismo di cui sopra non è associabile al rischio che i social media possano rivelarsi una meteora. L'esempio in tal senso citato da Belloni è esplicito: «Second Life è stato un grande fenomeno digitale ma è durato poco, è passato velocemente di moda. Lo zoccolo duro di questi strumenti, il fattore che li rende una realtà duratura è nel numero di consumatori che li utilizzano. Ed è un fattore che abbatte il rischio di una nuova bolla in stile net economy».
Rimarcata quindi la natura di media destinato a trovare sempre più proseliti e popolarità in futuro, il manager di Millward Brown ha messo in evidenza un altro aspetto non secondario della questione, che spiega in parte perché le interazioni tra brand e consumatori innescate e vissute all'interno dell'universo social vadano immaginate come una relazione analoga al processo che porta allo stabilirsi di un legame affettivo. "La complessità del mezzo – ha detto infatti Belloni – non va assolutamente sottovalutata: non ci sono regole chiare per l'utilizzo infallibile di questi media a supporto del business aziendale. Siamo ancora in una fase in via di definizione, in cui è prematuro parlare di vere e proprie linee guida". In altre parole gli strumenti ci sono, possono portare a risultati importanti (in termini di visibilità, brand awarness se non addirittura vendite) ma vanno anche impiegati in modo congruo rispetto agli obiettivi di marketing dell'azienda, e per questo servono competenze dedicate e strutture organizzate in modo adeguato.
E l'impatto dei social media sulla percezione del marchio fra i consumatori? Secondo Belloni è già elevato ("quanto da 1 a 10? Diciamo 8") anche se la televisione esercita ancora oggi, un'incidenza in valori assoluti ancora nettamente superiore, in quanto strumento di comunicazione di massa radicato, in Italia in modo particolare, e consolidato per i grandi spender pubblicitari. «Per alcune fasce di utenza, però, i social media sono il canale di comunicazione e di informazione digitale per eccellenza e di questo aspetto le aziende non possono non tenerne conto. È preferibile che un'azienda vada sui social media perché l'ha deciso in proprio e non perché ce l'hanno portata, in un'accezione negativa, i consumatori. Che possono diventare difficilmente controllabili. L'importante – ha sottolineato ancora il concetto Belloni – è sviluppare azioni che abbiano precise finalità e votate a generare nuove opportunità di business. È una questione di approccio, di metodo finalizzato a far interagire i consumatori e trasformarne la presenza nei social media in comportamenti d'acquisto. Qualche esempio? Aprire una pagina su Facebook e tramite questa veicolare una campagna legata a una particolare promozione, vedi un'applicazione gratuita per lo smartphone, che presuppone una minima profilazione dei consumatori».
Sebbene, per quanto riguarda l'Italia, si può parlare di un atteggiamento in linea generale propositivo al tema, l'approccio delle aziende verso i social media non è però scevro da incoerenze anche evidenti, che hanno fare per esempio con la libertà d'uso di Facebook e degli altri social network negli orari d'ufficio. Non è fantascienza il fatto che i responsabili It della tal grande azienda proibiscano l'uso di questi servizi agli addetti e la stessa azienda si sia attivata per sfruttare questo canale per stringere il rapporto di interazione con la propria clientela. «Vi sono ancora ostacoli culturali da superare – questa la conclusione di Belloni – che credo si possano risolvere in tempi e modi relativamente veloci. Cosa succederà da qui a un anno? Saranno moltiplicati i casi di successo e anche i flop e registreremo in generale un atteggiamento verso i social media più professionale e consapevole».
di Gianni Rusconi su IlSole24ORE.com via www.mymarketing.it
Mister Google al G8 di Parigi: imparate dal tassista di Mantova
L’Italia dovrebbe andar fiera del suo spirito imprenditoriale e ciò salta all'occhio soprattutto a Mantova, dove Federico Hoefer offre i suoi servizi di tassista alle schiere di turisti in visita sul Lago di Garda. Federico ha messo in piedi la sua attività nel 2009, facendosi conoscere grazie al suo sito web ladyblu.it. Grazie alla pubblicità online, il suo nome ha cominciato a far capolino in tutte le ricerche nel settore taxi nell'area di Verona e gli affari si sono pian piano sviluppati. L’estate scorsa ha deciso di fare il salto in ambito internazionale, e adesso il suo nome compare nei motori di ricerca in Francia, Germania, Gran Bretagna e Olanda, per rivolgersi a tutti coloro che sono in procinto di organizzare un viaggio a Verona. Oggi Federico lavora con i turisti, usa le lingue e vede crescere gli affari!
Ma non è l’unico a beneficiare delle occasioni economiche offerte da Internet. Tante piccole aziende in giro per l'Italia hanno saputo cogliere quest’opportunità. L‘economia globale tuttavia è ancora fragile e ci si preoccupa di crac bancari e del dissesto dei bilanci. Pertanto è facile sottovalutare Internet come fonte di vera crescita. Esaminiamo però questi numeri: l'attività economica italiana svolta su Internet valeva 31,6 miliardi di euro nel 2010, secondo il Boston Consulting Group. Ciò corrisponde grosso modo al 2% del Pil. E’ previsto però che questa quota di Pil raggiungerà il 3,3-4,3% entro il 2015.
Una buona fetta di questa crescita sarà dovuta alle piccole imprese. In realtà, le piccole e medie aziende che sfruttano Internet per pubblicizzare prodotti e servizi o per vendere online sono in grado di generare più fatturato, creare più occupazione ed esportare di più rispetto a quante non si avvalgono di questo mezzo. Si capisce così quanto sia importante diffondere la cultura dell’imprenditorialità online in tutta Italia, se si vogliono ottenere buoni risultati per tutti.
La consapevolezza di quanto sia ingente il contributo all'economia nazionale che può essere generato da Internet ha spinto il presidente Sarkozy a mettere in agenda Internet e l'ecosistema digitale nell'incontro dei leader del G-8 questa settimana. Grazie a un nuovissimo format - l'e-G8 Forum - le società tecnologiche e i funzionari del governo avranno modo di riunirsi e consultarsi prima del G8. ln veste di partecipante, mi è stato chiesto di condividere i miei pensieri sulla strada da intraprendere per assicurare il duraturo successo di Internet. Personalmente, sono convinto che si tratti dì un'idea straordinaria, Mi si chiede spesso da dove verranno i nuovi grandi progressi della tecnologia, da dove scaturirà il prossimo Google. Alcuni pensano che dietro
Internet - dimostra che laddove esistono gruppi di persone, o di imprese, impegnati in un costante scambio di informazioni e nell‘esplorazione di nuove idee e nuovi modi di fare le cose, ecco che da questo crogiolo scaturiscono le invenzioni.
Google è emerso proprio da questo tipo di forgia creativa. I suoi fondatori hanno scoperto un modo migliore e più efficace di trovare e organizzare le informazioni su Internet, perché facevano parte di una comunità innovativa. Nessuno ha lanciato il mitico grido di «Eureka!». E non c'e alcun bisogno di sperare che qualcuno, un giorno, si imbatta in una nuova idea geniale. Non è così che nascono le innovazioni, non è così che si espandono gli affari. Occorre invece incoraggiare la gente e le imprese a mettersi online. Ho visto dati che dimostrano come, dei 4 milioni di piccole imprese in Italia, solo il 20% può vantare un proprio sito web. Ecco dunque un vasto bacino di potenziale che aspetta di essere sfruttato.
Oggi oltre un milione di imprese si fa pubblicità su Google AdWords, e per la maggioranza si tratta di attività piccole e medie. L‘anno scorso, i servizi pubblicizzati su Internet in tutta l'Unione Europea hanno toccato un giro d'affari di circa 100 miliardi di euro al consumatore, secondo uno studio elaborato da McKinsey. Questa cifra è destinata a raggiungere i 190 miliardi entro il 2015. Eppure Internet non significa soltanto vendere prodotti online, è da questo scambio che emergeranno nuove idee e innovazioni.
Le piccole aziende formeranno vaste comunità creative e dinamiche. Già esiste un numero sempre crescente di quelle che io definisco le micro-multinazionali: si tratta di imprese con un massimo di dieci dipendenti che raggiungono un mercato globale. Tutto questo non era possibile prima dell'attuale generazione tecnologica. Pertanto, quando osservo i punti più deboli dell’economia globale, non ho alcun dubbio che saranno proprio queste piccole imprese, molte delle quali localizzate in Italia, a ricondurci sulla strada della ripresa economica. Molti analisti si incontreranno a Parigi nell'a1nbito del G8 per discutere di Internet e di economia, ma saranno individui come Federico di Mantova a indicare il cammino da seguire.
Eric Schmidt
Executive chairman di Google
martedì 24 maggio 2011
Toshiba abbandona Windows, solo tablet Android

Toshiba tablet con tegra 2 e Android 3.0 - PRImmagini 14 - 12 Per quanto riguarda il Chromebook, invece, le fonti riportano che Toshiba nel 2010 avrebbe registratovendite inferiori alle aspettative nel settore degli smartbook, i prodotti simili ai Chromebook ma con sistema operativo Android. Il risultato deludente avrebbe portato l'azienda giapponese ad adottare un approccio conservativo verso questo segmento di mercato.
Fonte: Elena Re Garbagnati per Tom's Hardware