giovedì 2 giugno 2011

Cosa vogliono gli utenti dal nostro sito web?

Una analisi completa su cosa vogliono gli utenti dal sito web che visitano. Cosa vogliono trovare e poter fare. Le indicazioni che emergono sono sempre di una maggiore fruibilità e di uno schema visivo (colori e contenuti) che non affatichi occhi e mente.


What Do 76% of Consumers Want From Your Website? [New Data]

I'm in the process of doing some research for the upcoming Science of Website Redesign webinar, and I just found one piece of data that was so interesting, I decided to blog about it right now.

76% of consumers say the most important factor in a website's design is "the website makes it easy for me to find what I want."

science of website redesign data hubspot resized 600

What does this mean for marketers?

  • Don't obsess over the visual design of your website
  • Do obsess over the usability by your customers and prospects
  • Don't worry if you or the CEO think your website design does not look pretty
  • Do worry about the conversion rate of your website (Are people finding what they need and completing their tasks?)
  • Don't use flash, heavy graphics, or tons of video
  • Do use these things if it helps your customers get what they want from your website
  • Don't reinvent the wheel when it comes to design and layout
  • Do use a basic layout that will be familiar to your customers
  • Don't differentiate with the design/functionality of your website
  • Do differentiate your company by making it really easy for your customers to find what they want on your website
  • Test, test, test! The only thing that matters is what your customers do on your website. Sit down with a potential customer, and watch them use your website. See if they can figure out how to get what they want; see if they can easily do the tasks you want your consumers to do. (e.g. "Show me how you would register for our free demo.")
Da non perdere i commenti che potrete leggere qui


Fonte: Mike Volpe via Hubspot Blog

mercoledì 1 giugno 2011

Americani ed Internet. Percentuali incredibili (per noi italiani) di frequentazione della rete Social

Una ricerca sulla popolazione americana che riguarda la frequenza e frequentazione degli utenti della Rete. Quante volte controllano i loro social network. Lettura molto interessante. Buon divertimento.



46 Million Americans Check Social Media Sites Multiple Times Per Day [New Data]

As marketers, we understand that social media use is growing, but by whom and how much? The 2011 Social Habit report, just released by Edison Research and Arbitron, provides a valuable dive into the demographics and usage of social media. The report is derived from the 19th Edison/Arbitron Internet and Multimedia Research Series, one of the longest-running studies of consumer adoption of the internet.
The full report is embedded below, but first let's take a look at some of the research's major findings.
1. The internet is ubiquitous. Nearly 9 in 10 Americans have internet access. Ten years ago, making the case that potential customers don't have or use the internet was a valid argument against online marketing. This is no longer the case. The internet has become a standard of communication as demonstrated by the data below.

Internet Access resized 600

2. Social Media is the majority. More than half of Americans ages 12+ have a profile on one or more social networking sites. Social media usage isn't occasional, it's a habit. With more than half of Americans using social networks more than once per day, this is a clear indicator of the changing information consumption habits of B2C and B2B consumers.

Social Media Usage Stats resized 600
3. Social networking use is growing most in the 35-44 age demographic. Another long-believed myth is that social networking is only for young people. A look at some social media demographic data from Edison, however, shows the growth of other demographics.
Social Media Demographics resized 600
4. Facebook now reaches the majority of Americans ages 12+. Facebook is driving the majority of social media adoption and usage in the United States. Adoption has become so broad that the population of Facebook users is now a representative sample of United States residents.

Facebook Usage Stats resized 600

Facebook Demographic Statistics resized 600
5. 91 percent of social network users own mobile phones. One of the most interesting conclusions that can be drawn from this report is that mobile phones are driving social networking usage.

Mobile Phone Ownership resized 600

Smartphone Ownership Statistics resized 600
6. The smartphone is the "first screen." 64 percent of frequent social networkers would keep their smartphone over their TV. Television has long been seen as the "first screen" for consumers, though this new data suggests that mobile is battling to become the central screen for Americans.

Smartphone vs TV resized 600

This new data is incredibly valuable to markets looking to improve their social media and mobile marketing. Did anything surprise you?
Check out the entire report above for even more awesome data you can include in presentations and online content.

Fonte: Kipp Bodnar via Hubspot Blog

La privacy per i Social Network? Utopia oppure esiste una soluzione?


Social network e privacy: come difendersi

Ogni social network, è nella natura stessa di questi servizi, espone alcuni nostri dati personali. Alcuni lo fanno in modo trasparente e chiaro, altri meno. In questo articolo vedremo quali sono le più comuni impostazioni di privacy per difendere la nostra personalità e le nostre informazioni.

Facebook

Facebook è sicuramente il social network che più di tutti ha portato all’attenzione la questione privacy, sia per la sua enorme diffusione che per il fatto che è quello dove più direttamente ci si presenta con un’identità che coincide con quella “reale”. Quindi è il servizio più sotto osservazione da questo punto di vista, ma allo stesso tempo anche quello che permette il controllo più avanzato.
La sezione generale dedicata alla privacy è raggiungibile dal menu Account >Impostazioni sulla privacy. Da qui si imposta ciascuna sezione del proprio profilo, come gli aggiornamenti di stato, la data di nascita, le foto in cui si viene taggati eccetera. Vediamo quali sono le diverse opzioni:
  1. Condividi solo con chi vuoi. Per decidere chi è abilitato a visualizzare ogni singola informazione legata alla propria persona bisogna cliccare suPersonalizzata e poi su Personalizza impostazioni. In questo modo è possibile decidere per ciascuna voce chi è abilitato a visualizzarla, secondo i livelli di cui sopra (Tutti, Amici di amici, Solo amici).
  2. Mostra informazioni minime. Se si vuole ridurre al minimo la possibilità di farsi trovare dagli altri, si può andare sempre tramite il menu di sinistra su Amici, e in questo modo restringere solo a loro l’accesso alle informazioni. Un’ipotesi ancora più restrittiva si ottiene però andando ancora una volta su Personalizza impostazioni, e mettendole tutte in modo che siano visibili solo da noi stessi.
  3. Mostra informazioni massime. Parallelamente, cliccando su Tutti nella colonna di sinistra delle impostazioni della privacy, si permette a chiunque di vedere le nostre informazioni, a prescindere dai gradi di amicizia che ci separano.
  4. Condividi i singoli contenuti. Inoltre rispetto a qualsiasi contenuto da pubblicare, che sia una foto o un post, si può decidere chi lo vedrà. Basta andare sul piccolo lucchetto accanto al pulsante Condividi e da lì scegliere chi potrà farlo: tutti, solo gli amici degli amici, solo gli amici o addirittura se includere o escludere singole e specifiche persone.
Figura 1: Impostazioni di privacy di Facebook
(clic per ingrandire)
Figura 1: Impostazioni di privacy di Facebook
Un aspetto da tenere in considerazione, su Facebook, è che se da un lato non ci sono particolari problemi pratici quando si ha a che fare con il mondo chiuso dei propri amici, eventuali problemi possono nascere quando si interagisce con i profili degli altri utenti, i gruppi o le pagine pubbliche, quindi in pratica quando si commentano i loro contenuti o si scrive sulle loro bacheche.
In questo senso, il sistema tende ad aprirsi un po’ di più, perché ciò che scriviamo sarà visibile anche da persone che non conosciamo, ma resta comunque ben chiaro che a parte quel segno, noi saremo solo un nome e una foto per chi non è tra i nostri contatti, e il filtro a monte è sempre e comunque dato dall’accettazione o meno di quella persona come amico.
Fonte: Alfredo Bucciante per HTML.it

IL CASO/ 2. Quel vento dell’Asia che porta crescita e lavoro

Fonte: Giuseppe Sabella, Luigi Degan - IlSussidiario.net



Il rapporto Istat presentato il 23 maggio scorso rivela che circa un quarto degli italiani vive a rischio di povertà o di esclusione sociale. Stiamo parlando di 15 milioni di persone, il 24,7% della popolazione, a fronte del 23,1% della media Ue. E nel Sud Italia l’area dell’indigenza supera il 30%. Le difficoltà dell’Italia sono strutturali e di lungo periodo, solo lo stock di ricchezza accumulato nei decenni precedenti ci ha evitato guai peggiori. Tra il 2001 e il 2010 l’Italia ha realizzato infatti “la performance di crescita peggiore d’Europa”, con un tasso di aumento annuo del Pil dello 0,2% a fronte dell’1,3% dell’Ue.
Sono sufficienti questi dati per capire come l’Italia non brilli per sviluppo economico, ma del resto nemmeno il Vecchio Continente. È ormai chiaro agli stessi esperti che le cause della crisi vanno ricercate in un’economia che ha perso i suoi veri valori, che è arrivata a concepire se stessa come mero business, finendo con lo svuotare di anima e progettualità ciò che si chiama “impresa” e rivoltandosi contro se stessa.
La povertà non è una condizione naturale insuperabile, ma una situazione transitoria, che si può sconfiggere. A dimostrarlo sono i successi registrati nelle ultime due decadi dall’Asia, il continente dove si è assistito alla più significativa riduzione di questa grave piaga planetaria. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel mondo la percentuale di persone che vive al di sotto della soglia di povertà di 1,52 dollari al giorno è passata dal 52% del 1981 al 25% del 2005, con una diminuzione consistente in Cina, in India e nel Sud Est Asiatico. Numeri che da soli rendono evidenti le buone possibilità di riuscita degli sforzi intrapresi nella lotta contro l’indigenza cronica.
Il convegno “Impresa familiare, economie di mercato e povertà: la trasformazione dell’Asia”, tenutosi a Roma a metà maggio e organizzato dalla sede romana dell’Acton Institute, think tank statunitense fondato nel 1990 da Padre Robert Sirico, ha fornito l’occasione per esaminare le condizioni della crescita economica delle nazioni del continente asiatico e i suoi legami con la liberalizzazione, lo stato di diritto, la famiglia e le tradizioni culturali. [...]

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IL CASO/ I "rischi" del nuovo contratto che vuol unire lavoro e giovani

Fonte: Carlo Alberto Nicolini - IlSussidiario.net




L’attuazione della delega legislativa in materia di apprendistato, già istituita dalla legge n. 247 del 2007, i cui termini sono stati prorogati dalla legge n. 183 del 2010 (c.d. “collegato lavoro”), dovrebbe consentire una complessiva sistemazione della disciplina di quello che va considerato uno dei più importanti strumenti giuridici volti a favorire l’occupazione giovanile. Lo schema di decreto legislativo, approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri, merita dunque tutta l’attenzione.
Il provvedimento conferma la tripartizione delle figure contrattuali, già introdotta dalla riforma Biagi del 2003, riproponendo, innanzitutto, l’apprendistato professionalizzante, che costituisce la tipologia di gran lunga più utilizzata, e affiancandogli i contratti “per la qualifica professionale” e “di alta formazione e ricerca”, che sostituiscono, rispettivamente, quelli “per l’espletamento del diritto-dovere di istruzione” e “per l’acquisizione di un diploma o per percorsi di alta formazione”.
Netta è la volontà del legislatore delegato di proseguire nel percorso di rafforzamento del ruolo della contrattazione collettiva, che a tutti i livelli, compreso quello aziendale, è dichiarata competente, per disciplinare i contenuti di tali contratti, pur nel rispetto di alcuni vincoli e principi di legge (quali, ad esempio, quelli in materia di età, forma scritta, limitazione alla flessibilità retributiva, discipline del recesso), per i quali il provvedimento solo in parte ripete la disciplina previgente, non mancando di inserire novità o di fornire importanti chiarimenti. Ad esempio, finalmente si chiarisce (con importanti implicazioni, al fine della definizione del regime applicabile al recesso) che quello di apprendistato non è un contratto a termine, bensì a tempo indeterminato.
In questa sede, però, interessa soprattutto evidenziare come si confermi e rafforzi il ruolo della contrattazione, soprattutto nella definizione della durata, dei contenuti e delle modalità di erogazione della formazione nel contratto di apprendistato “professionalizzante”. La questione è di notevole interesse, in quanto gran parte del contenzioso in materia si gioca proprio sugli obblighi di formazione, la cui violazione, anche dopo il varo del provvedimento, continuerà a legittimare il lavoratore a reclamare cospicue differenze retributive e risarcimenti danni, gli enti previdenziali a recuperare la differenza tra i contributi pagati in regime agevolato e quelli “pieni” dovuti per i lavoratori qualificati, aumentata del 100%, e gli ispettorati del lavoro a irrogare pesanti sanzioni amministrative. [...]

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