sabato 21 maggio 2011

Il giornalismo nell’era di Twitter



Fonte: Il Tagliaerbe - Tagliablog

Da quando ho iniziato a lavorare in Sky News nel 2009, ho fatto il produttore e il vice-caporedattore su un’ampia gamma di notizie nazionali e estere. Entrambi i ruoli necessitano di tutte le competenze del giornalismo tradizionale: capacità di scovare le notizie, martellare al telefono, bussare alle porte e parlare con la gente.

Tuttavia, col passare del tempo, il lavoro di giornalista ha significato adeguarsi all’emergere dei “nuovi media”, e in particolare dei social media. All’inizio il mio uso dei social media era limitato a postare foto che facevo la notte su Facebook; Twitter non era all’interno del mio “radar”. 5 anni più tardi le cose sono cambiate radicalmente. Twitter è diventato una parte fondamentale del mio lavoro (e le mie impostazioni della privacy su Facebook sono ora molto, molto più restrittive).

Lavorare presso la redazione di una testata di news internazionali comporta il monitoraggio, filtraggio e gestione delle priorità di una grande quantità di informazioni. Devi spaziare fra flussi di immagini, di notizie, di email e ovviamente di report che i tuoi giornalisti inviano dal campo. I social media hanno aggiunto una nuova dimensione a quello che faccio.

Trovo che Twitter sia come un flusso di lanci d’agenzia, con la differenza che ora posso interagire con questi. Ho trovato dei benefici nell’interazione e nel diventare noto come uno che posta velocemente delle breaking news: ora i miei follower sono diventati per me un nuovo servizio cruciale. Mi capita spesso di ricevere dei tweet del tipo “hai visto questo?” o “controlla la timeline”, e questa interazione si è rivelata preziosa, portandomi ad essere in prima linea su diverse notizie di un certo spessore.

Interagisco e monitoro costantemente su Twitter più di 2.000 fonti, oltre a una serie di liste, e ciò non è facile, ma non c’è altra scelta se voglio lavorare in questo ruolo e in questo settore nel 21° secolo.

Twitter mi fornisce tutto, dalle piccole dritte alle dichiarazioni ufficiali, la maggior parte delle quali arrivano su Twitter prima che altrove. Non c’è dubbio che Twitter è al momento il modo più veloce per pubblicare e diffondere informazioni. Tuttavia io non mi definirei un social media journalist, e non credo che i social media siano l’unico futuro delle notizie.

La natura dei social media è di diffondere notizie rapidamente, ma anche di fare da cassa di risonanza al rumore. Un recente tweet sulla morte di Margaret Thatcher è solo uno dei tanti esempi di falsa diceria che si è diffusa a macchia d’olio. La cosa interessante è che, quando questi rumor esplodono, la gente guarda ai vecchi giornalisti per conoscere i fatti.

In definitiva, siamo ad un punto in cui i giornalisti han bisogno dei social media tanto quanto i social media han bisogno dei giornalisti. Le persone vogliono notizie in tempo reale, ma vogliono anche sapere cos’è vero e cos’è falso. I giorni un cui un giornalista era solo dentro uno schermo TV, una voce alla radio, o il nome su una pagina, sono finiti: ora dobbiamo essere parte della conversazione.

Liberamente tradotto da The new journalism is working with 2,000 sources, di Neal Mann.