mercoledì 25 maggio 2011

Le aziende (e i loro marchi) sui social media: una "love story" appena iniziata

«Fisicamente c'è ancora distanza, ma c'è grande consapevolezza delle potenzialità del mezzo e grande apertura al suo utilizzo». In modo sintetico, lo stato di relazione fra i social media e le aziende è così che lo vede Luca Belloni, amministratore delegato di Millward Brown in Italia. L'occasione per parlare di quanto Facebook e simili (diari digitali e blog compresi) possono influenzare la percezione di un marchio dei consumatori che frequentano attivamente i nuovi strumenti di comunicazione digitali è arrivata in occasione della presentazione, avvenuta stasera a Milano, di un'indagine qualitativa che la società che misura periodicamente i marchi più popolari del pianeta ha realizzato in collaborazione con Firefly in 15 paesi (Italia compresa) nei cinque continenti.

Lo scopo dello studio, intitolato non a caso «The Language of Love in Social Media», era quello di individuare le dinamiche che descrivono come gli utenti del Web 2.0 vivono la presenza dei brand nei social media e come gli stessi brand si dimostrano più o meno sensibili nel recepire i dettami del nuovo universo di relazione per milioni e milioni di individui. Qual è dunque lo stato di salute del rapporto fra consumatori e aziende? Si può parlare realisticamente di fidanzamento consolidato o siamo ancora nella fase iniziale del corteggiamento? A queste domande, Belloni ha risposto al Sole24ore.com parlando innanzitutto di un «rapporto che si potrebbe definire ancora di attesa e di prudenza. E non solo in Italia ma anche nei Paesi tradizionalmente più ricettivi per le nuove tecnologie online, come Regno Unito e Stati Uniti».

Le aziende, in poche parole, stanno iniziando solo ora a considerare seriamente il fenomeno e l'attendismo di cui sopra non è associabile al rischio che i social media possano rivelarsi una meteora. L'esempio in tal senso citato da Belloni è esplicito: «Second Life è stato un grande fenomeno digitale ma è durato poco, è passato velocemente di moda. Lo zoccolo duro di questi strumenti, il fattore che li rende una realtà duratura è nel numero di consumatori che li utilizzano. Ed è un fattore che abbatte il rischio di una nuova bolla in stile net economy».

Rimarcata quindi la natura di media destinato a trovare sempre più proseliti e popolarità in futuro, il manager di Millward Brown ha messo in evidenza un altro aspetto non secondario della questione, che spiega in parte perché le interazioni tra brand e consumatori innescate e vissute all'interno dell'universo social vadano immaginate come una relazione analoga al processo che porta allo stabilirsi di un legame affettivo. "La complessità del mezzo – ha detto infatti Belloni – non va assolutamente sottovalutata: non ci sono regole chiare per l'utilizzo infallibile di questi media a supporto del business aziendale. Siamo ancora in una fase in via di definizione, in cui è prematuro parlare di vere e proprie linee guida". In altre parole gli strumenti ci sono, possono portare a risultati importanti (in termini di visibilità, brand awarness se non addirittura vendite) ma vanno anche impiegati in modo congruo rispetto agli obiettivi di marketing dell'azienda, e per questo servono competenze dedicate e strutture organizzate in modo adeguato.

E l'impatto dei social media sulla percezione del marchio fra i consumatori? Secondo Belloni è già elevato ("quanto da 1 a 10? Diciamo 8") anche se la televisione esercita ancora oggi, un'incidenza in valori assoluti ancora nettamente superiore, in quanto strumento di comunicazione di massa radicato, in Italia in modo particolare, e consolidato per i grandi spender pubblicitari. «Per alcune fasce di utenza, però, i social media sono il canale di comunicazione e di informazione digitale per eccellenza e di questo aspetto le aziende non possono non tenerne conto. È preferibile che un'azienda vada sui social media perché l'ha deciso in proprio e non perché ce l'hanno portata, in un'accezione negativa, i consumatori. Che possono diventare difficilmente controllabili. L'importante – ha sottolineato ancora il concetto Belloni – è sviluppare azioni che abbiano precise finalità e votate a generare nuove opportunità di business. È una questione di approccio, di metodo finalizzato a far interagire i consumatori e trasformarne la presenza nei social media in comportamenti d'acquisto. Qualche esempio? Aprire una pagina su Facebook e tramite questa veicolare una campagna legata a una particolare promozione, vedi un'applicazione gratuita per lo smartphone, che presuppone una minima profilazione dei consumatori».

Sebbene, per quanto riguarda l'Italia, si può parlare di un atteggiamento in linea generale propositivo al tema, l'approccio delle aziende verso i social media non è però scevro da incoerenze anche evidenti, che hanno fare per esempio con la libertà d'uso di Facebook e degli altri social network negli orari d'ufficio. Non è fantascienza il fatto che i responsabili It della tal grande azienda proibiscano l'uso di questi servizi agli addetti e la stessa azienda si sia attivata per sfruttare questo canale per stringere il rapporto di interazione con la propria clientela. «Vi sono ancora ostacoli culturali da superare – questa la conclusione di Belloni – che credo si possano risolvere in tempi e modi relativamente veloci. Cosa succederà da qui a un anno? Saranno moltiplicati i casi di successo e anche i flop e registreremo in generale un atteggiamento verso i social media più professionale e consapevole».

di Gianni Rusconi su IlSole24ORE.com via www.mymarketing.it